Utrecht, 4:25 pm
In una stanza di troppo, magazzino di cose che nelle stanze vere non ci stanno, ci sono due divani che ne formano uno unico, ad angolo. Non per motivi scenici, ma per necessità, perchè presi singolarmente non sarebbero altro che una panca di legno con sopra un cuscino e una poltrona, né particolarmente coreografici né particolarmente comodi. Ma messi lì, accanto a una finestra generosa di luce, diventano un divano vero, di quelli che possono farsi osti di un via vai quotidiano di gente.
Disposti così, a spigolo, ospitano chiunque riesca ad incastrarsi entro la geografia di quella geometria semplice e casalinga, spontanea abbastanza da permeare quella stanza di troppo di un’intimità senza pretese, ma non altrettanto confortevole da farla durare a lungo. Succede dunque che chiunque si ritrovi a farsi spazio tra quei divani non divani non ci resta mai più del tempo di una settimana enigmistica abbozzata, una sigaretta fumata, o una chiacchiera avviata. E di tanto in tanto, capita poi che qualcuno si addormenti, ma mai davvero. Per quanto provi ad adattare il corpo a quell’angolo sbilenco, qualcosa resta sempre in tensione: una spalla che scivola, un ginocchio che sporge, il collo piegato troppo. Una sorta di riposo storto, più simile a un’attesa che a un sonno, che si protrae giusto il tempo che serve a non stare da un’altra parte.
Così quella stanza di troppo, appoggio momentaneo di chi nelle stanze vere sceglie per un po’ di non starci, viene attraversata da presenze brevi che lasciano impronte leggere. E quei divani che fanno finta di essere uno, ne tengono memoria, raccolgono per spargimento. Sono archivio disordinato di momenti iniziati, magazzino di cose che passano e non si fermano. Ed è proprio in questa condizione di sospensione, in questo non voler essere né spazio né casa, pur trovandosi al suo interno, che si crea una simpatica contraddizione.
Come quei mezzi divani, che uniti diventano qualcosa di diverso da ciò che sono singolarmente, riescono a farsi prendere sul serio nella loro accoglienza provvisoria, così quella quinta stanza in una casa per quattro assume un ruolo che forse non le appartiene davvero, diventando uno spazio di mezzo entro i confini definiti di un appartamento dove quotidianamente c’è qualcuno che passa e si trattiene per poco. Ed è un bellissimo paradosso: un luogo che non vuole esistere davvero, eppure prende forma proprio nella totale assenza di peso che lo attraversa.