Brussels, 8:00 am
In un angolo di Bruxelles Midi, a metà strada tra una serie di fruttivendoli e una serie di fast food d’eco ipercapitalista, c’è un Salone del Tè che si vanta di essere un luogo di colazioni, anche se è aperto tutto il giorno e quasi tutta la notte.
Davanti alla vetrata, i tavolini di plastica non fingono accoglienza: le persone siedono raccolte, sfiorando con le dita l’orlo caldo di tazze bianche di caffè latte, mentre lo sguardo, a tratti, indugia sul fondo, forse è caffè turco. La lingua del locale vibra in una mescolanza: turco, una traccia d’arabo, francese, talvolta qualcosa di troppo rapido per essere afferrato. All’interno, il profumo del tè intreccia spezie che non compiacciono, dal fondo terroso. Le tende, troppo corte, lasciano che il traffico proietti una coreografia di ombre scomposte, tintinnanti di clacson.
Un uomo, forse il proprietario, affronta ogni gesto con una premura che sembra avere radici lontane: il modo in cui solleva la teiera, l’inclinazione della spalla, il volto scavato dalla notte, il sorriso sincero e fugace. Fuori, un signore sfoglia lentamente un giornale con le dita ingiallite dal tabacco. Ogni tanto si concede una pausa tra le righe e una sigaretta, soffiando il fumo verso il soffitto, come se volesse misurare qualche tipo di distanza. Sulla superficie del tavolino restano briciole e riflessi confusi: di fuori la pioggia disegna una trama sottile su vetri e asfalto, dentro la luce si fa porosa, netta solo negli angoli.
C’è una delicatezza nel modo in cui i frequentatori condividono il silenzio, come se la parola fosse un gesto riservato. In quel Salone del Tè, particolarmente fiero delle sue colazioni, c’è un’autenticità che non incontravo da tempo, sospesa tra il vapore delle tazze e l’odore di spezie che non so mai riconoscere.