Il “fiore” del deserto
tosintesi e nemmeno mettono in atto altre strategie di sopravvivenza; non ne hanno bisogno perché non sono esseri viventi. Nonostante le sembianze, infatti, non sono veri fiori, ma agglomerati cristallini di gesso che si formano in determinate condizioni ambientali e climatiche. Vengono chiamate le rose del deserto perché lo sviluppo dei cristalli ricorda la disposizione dei petali dell’omonimo fiore.
Per prodursi hanno bisogno di un clima fortemente arido e di un giacimento evaporitico gessoso. Questa combinazione fa sì che i bacini d’acqua sotterranei, ricchi di solfato di calcio, evaporino facendo cristallizzare il gesso che, mescolandosi con i granelli di sabbia, dà vita a vere e proprie opere d’arte. Questi tipi di giacimenti sono presenti anche in Italia, ma manca il caldo estremo affinché la magia si compia.
I più famosi “campi di rose” del deserto sono quelli del Sahara. Non sono visibili a occhio nudo perché i “fiori” sono sepolti e solo in alcuni casi, quando il vento sposta la sabbia, affiorano in superficie.
Grazie alla loro particolarità, sono molto apprezzate dai turisti come souvenir del proprio viaggio. Per questo motivo i nomadi del deserto le raccolgono per venderle ai passanti e ricavarne un piccolo guadagno. Inoltre, la crescente richiesta ha trasformato questo mercato in un business, così sono state create delle versioni finte, più commerciali ed esteticamente appetibili, con forme perfette intagliate a mano da blocchi di gesso grezzo, con l’aiuto della colla per non farle sgretolare e di lacche trasparenti per lucidarle.
Quelle completamente naturali, invece, hanno la struttura dei petali disomogenea, basi irregolari e al tatto rilasciano tracce di polvere.
Ogni granello di sabbia contribuisce a creare qualcosa di unico, affascinando chiunque le osservi e ricordando che anche dai luoghi più ostili può fiorire bellezza inattesa.