L’orizzonte di un passo oltre il confine
Sotto il cielo plumbeo di una Fiume che nel 1945 smette di parlare italiano, la storia di Abdon Pamich non inizia con un cronometro, ma con il rumore sordo dei passi di chi fugge. Alessandro Casale, nel suo film “Il marciatore”, trasmette una narrazione potente che Rai Documentari ha scelto come vessillo per il Giorno del Ricordo, rintracciabile ora tra le pieghe digitali di RaiPlay. Non è il solito biopic sportivo: è il resoconto di uno sradicamento. Mentre i nazisti ripiegano, l’illusione di una libertà ritrovata viene soffocata dall’avanzata delle truppe jugoslave di Tito, che trasformano l’Istria in una terra di frontiere chiuse e destini spezzati.
L’obiettivo di Casale si sofferma sul trauma familiare: l’arresto dello zio Cesare, il padre Giovanni costretto a servire un regime straniero prima della fuga disperata verso Milano. Poi tocca ad Abdon e al fratello, giovani profughi tra i campi di Novara e le banchine di Genova, impegnati in una marcia forzata verso la sopravvivenza che, pochi anni dopo, si trasformerà in disciplina olimpica. Ispirandosi all’autobiografia “Memorie di un marciatore”, il regista intreccia con sapienza immagini d’archivio e ricostruzione cinematografica, elevando Pamich a simbolo dell’esodo giuliano-dalmata.
La macchina da presa cattura il contrasto tra l’atleta che domina i 50 km – dal bronzo di Roma 1960 allo storico oro di Tokyo 1964 – e l’uomo che, nel prologo e nell’epilogo, osserva il mare da Trieste, silenzioso custode di una memoria che non sbiadisce. Pamich, insignito del Collare d’Oro, non ha solo vinto medaglie: ha trasformato le cicatrici dell’esilio nel ritmo costante di una marcia verso l’eccellenza, rappresentando l’Italia per vent’anni con la dignità di chi sa che ogni traguardo è, prima di tutto, un ritorno a casa.