Umberto D la dignità offesa
La precarietà non è una piaga solo contemporanea. Chi immagina un passato idilliaco dimentica che l’alba della Prima Repubblica fu segnata da profonde incertezze economiche e lotte sociali. Il Neorealismo ha saputo farsi specchio di queste fratture e Umberto D., capolavoro del 1952 diretto da Vittorio De Sica su sceneggiatura di Cesare Zavattini, ne rimane la testimonianza più cruda e commovente.
Il film si apre con un grido collettivo: una protesta di pensionati che chiedono una vita dignitosa, subito soffocata dall’intervento della polizia. Tra la folla seguiamo Umberto Domenico Ferrari, interpretato dal glottologo Carlo Battisti. Dopo trent’anni di servizio come funzionario pubblico, Umberto si ritrova invisibile per lo Stato, costretto a sopravvivere con una pensione da fame. La regia lo pedina come un estraneo, osservando la sua lenta e inesorabile cancellazione sociale.
Sfrattato dalla sua stanza per far posto ai salotti mondani della padrona di casa, l’uomo cerca rifugio in legami fragili ma autentici: Maria, la giovane colf che nasconde una gravidanza indesiderata, e soprattutto il suo cane Flaik, l’unico essere vivente capace di offrirgli un amore incondizionato e privo di giudizio.
Al tempo della sua uscita, l’opera fu aspramente osteggiata. Giulio Andreotti accusò De Sica di rendere un «pessimo servizio alla patria» mostrando il volto dolente di un’Italia che le istituzioni avrebbero preferito nascondere. Eppure, proprio quella capacità di raccontare la resistenza alla povertà senza perdere il decoro ha reso la pellicola immortale, tanto da essere inserita tra i cento film da salvare.
Umberto D. non è solo un film sulla vecchiaia, ma un monito universale sulla dignità. È possibile recuperare questa pietra miliare del cinema su Mediaset Infinity o su YouTube.