10 Maggio 2026
Crowd clapping on the podium of the stadium

Crowd clapping on the podium of the stadium

Il calcio europeo sta proponendo un suo volto aggiornato sul tema della partecipazione dei tifosi alla proprietà dei club. Due esperienze, quella italiana e quella britannica, raccontano stadi di avanzamento diversi, con una cifra comune: il tifoso non è soltanto un consumatore. In Italia, il 3 febbraio 2026 la 7ª Commissione del Senato ha concluso l’esame in sede redigente del disegno di legge n. 1120. Il testo, approvato alla Camera il 23 aprile 2024 e dopo un iter al Senato, ora è in stallo. Il ddl introduce una distinzione tra sport dilettantistico e professionistico: per i club dilettantistici il modello democratico-associativo con un socio/un voto; per le società professionistiche si mantiene la struttura capitalistica imponendo la presenza di un ente di partecipazione popolare con almeno l’1% del capitale sociale e diritto di nomina di un consigliere di amministrazione al raggiungimento del 30%. È riconosciuto un diritto di prelazione nelle operazioni straordinarie, a difesa dell’identità sportiva locale. 

Nella seduta del 10 febbraio 2026, su proposta del senatore Gasparri, l’esame del ddl è stato rimandato. Vengono chieste garanzie sulla compatibilità con le regole delle società quotate e a capitale internazionale. La Lega insiste: Molinari ha auspicato che si approvi subito, affinché i tifosi possano diventare soci investitori delle squadre del cuore.  

Oltremanica il Football Governance Act ha ricevuto il Royal Assent il 21 luglio 2025 istituendo l’Independent Football Regulator. Ogni club deve ottenere una licenza operativa, con obbligo di pianificazione finanziaria, governance e coinvolgimento strutturato dei tifosi. La legge inglese non attribuisce quote azionarie ai supporter, ma impone obblighi di consultazione e un test statutario sull’idoneità degli owner, con potere di disporre la vendita forzata delle quote in caso di inadeguatezza. 

Il modello britannico sceglie la via della regolazione e della fan engagement obbligatoria; quello italiano abbozza una partecipazione patrimoniale minima. Entrambi i percorsi ammettono che il calcio professionistico è un bene collettivo prima ancora che un’impresa privata.