10 Maggio 2026
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Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini, è uno di quei nomi che tutti “dovremmo” conoscere. E già qui si apre il sipario sulla nostra piccola tragedia contemporanea. Sono oltre due secoli dalla sua morte, celebrata proprio quest’anno, l’autore di “Le avventure di Pinocchio” rischia infatti di essere più citato che letto. Un classico da anniversario, più che da comodino.

E pensare che Collodi aveva capito tutto. L’infanzia non è un mondo zuccheroso, ma un campo di prova. Pinocchio non è un eroe perfetto, non salva il mondo e non ha superpoteri. Dice bugie, scappa, sbaglia, paga. Cresce. Una narrazione quasi rivoluzionaria, oggi, in un’epoca in cui anche i cartoni sembrano avere il filtro di bellezza.

Il punto, però, siamo noi. La nostra generazione, così efficiente nel ricordare nomi di galassie lontane e completamente smemorata davanti a un burattino di legno. Siamo capaci di recitare trame intere di saghe infinite, ma inciampiamo su Collodi come Pinocchio sul primo sasso. E il paradosso è che ci indigniamo pure: “I bambini di oggi non leggono più i classici”. 

Nel frattempo, Pinocchio osserva in silenzio questo spettacolo. Non compete, non si aggiorna, non diventa “trending”. Resta lì, con la sua morale scomoda e il suo naso che si allunga senza bisogno di effetti speciali. Forse è proprio questo il problema. Non è abbastanza veloce per noi, né abbastanza semplice.

E così, mentre celebriamo Collodi con l’aria di chi rende omaggio a un parente lontano, ci sfugge l’essenziale. Non è Pinocchio a essere invecchiato. Siamo noi ad aver perso la pazienza per ascoltarlo. E, ironia della sorte, continuiamo a chiamarci “adulti”… senza essere mai davvero diventati bambini migliori.