Uppsala, 4 pm
Il non sapere cosa si pensa è una concessione che in pochi ormai hanno l’onestà di permettersi.
Non si tratta di ignoranza, quella la si tollera con disinvoltura, anzi la si pratica senza troppi scrupoli. Si tratta di qualcosa di più sottile e complesso: quello stato intermedio in cui un’idea non è ancora diventata posizione, in cui non si è ancora deciso da che parte stare.
C’è una certa insofferenza per questo stato indefinito, forse alimentata dal fatto che tutto si offre già pronto: opinioni tra cui scegliere, posizioni da adottare, schieramenti a cui aderire. Il gesto intellettuale che viene richiesto non è quello di pensare, ma di filtrare tra le opzioni disponibili, in fretta e con sicurezza, con la giusta dose di articolazione perché la posizione sembri davvero propria. In questo processo, la curiosità autentica spesso soccombe. E con essa scompare la parte più fertile: quella in cui non si comprende ancora, in cui le idee passano senza lasciarsi afferrare del tutto, in cui si è disorientati abbastanza da poter ascoltare davvero, senza l’urgenza di replicare, classificare, rendere tutto immediatamente spendibile.
Ci pensavo osservando una ragazza scarabocchiare su un foglio bianco. Abbozzava con la matita qualcosa di indefinito, difficile capire cosa fosse, e forse nemmeno lei lo sapeva. Nessuno schema predefinito, nessun modello verso cui tendere. Solo quella libertà di muoversi sul foglio senza l’aspettativa di dover rientrare entro bordi già tracciati. Il segno andava, si interrompeva, riprendeva altrove. La forma, se mai fosse arrivata, sarebbe emersa da sola, o forse no, e non sembrava un problema.
In quel gesto così essenziale c’era una sincerità intellettuale profonda, libera dalla pretesa che tutto debba risolversi rapidamente in qualcosa di definito. Chissà se lei sa cosa pensa. O se, più semplicemente, non ha ancora deciso di doverlo sapere.