Il Veneto amaro di Francesco Sossai
Il trionfo alla 71ª edizione dei David di Donatello parla chiaro: con ben 8 statuette — tra cui Miglior Film, Regia e Canzone Originale — Le città di pianura di Francesco Sossai si impone come l’opera rivelazione dell’anno. In attesa del debutto su RaiPlay, il film si presenta come un road movie essenziale, capace di mappare le ferite profonde della provincia veneta.
La trama segue Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (interpretato da Pierpaolo Capovilla, carismatico frontman de Il Teatro degli Orrori), due ex operai travolti dalla deindustrializzazione. In un pellegrinaggio etilico tra i capannoni dismessi della Pianura Padana, i due attendono il ritorno dall’Argentina di Genio, un amico fuggito prima della crisi del 2008. Al duo si aggrega fortuitamente Giulio, uno studente di architettura che diventa testimone riluttante di un’odissea provinciale fatta di risvegli confusi e peripezie tra Mestre e Treviso.
Sossai, dopo il passaggio a Cannes nella sezione Un Certain Regard, firma un’opera che evoca la poetica di John Fante. Il regista racconta la precarietà di un territorio trasformato dalle acquisizioni delle multinazionali e dallo smantellamento del tessuto sociale produttivo. Romano e Capovilla prestano il volto a figure che tentano di esorcizzare l’inesorabile mutamento del mondo a colpi di grappa, restando inermi ma orgogliosi nel loro declino.
Le città di pianura non è solo il racconto di una crisi economica, ma un equilibrio millimetrico tra malinconia, disperazione e noia. È un ritratto inedito e segreto del Nord-Est, dove il paesaggio diventa specchio interiore di una generazione che non ha più una fabbrica in cui entrare, ma possiede ancora una storia da raccontare.