Il grottesco teatro della latitanza in Iddu
È da poco disponibile su RaiPlay Iddu “L’ultimo padrino” di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, pellicola liberamente ispirata alla latitanza del boss siciliano Matteo Messina Denaro. Presentato all’81ª Mostra del Cinema di Venezia, il film prende spunto dal libro Lettere a Svetonio, che documenta il fitto scambio epistolare intercorso tra il boss e l’ex sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino tra il 2003 e il 2007.
La trama si sviluppa attorno a Matteo Mancuso (un torbido Elio Germano), controfigura di Messina Denaro, che vive nell’ombra protetto da una totale invisibilità, e Catello Palumbo (un magnetico Toni Servillo che evoca la farsa scarpettiana). Palumbo, detto “Il Preside”, è un ex politico locale appena uscito di prigione dopo sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa. La svolta narrativa arriva quando i servizi segreti offrono a quest’ultimo la libertà e una nuova vita in cambio della cattura del boss, che si scopre essere suo figlioccio.
Candidato a numerosi premi sia a Venezia sia ai David di Donatello, il lungometraggio mette a confronto due personalità antitetiche: Catello, istrionico, teatrale e a tratti tenero, e Matteo, narcisista infido, prigioniero del proprio culto della personalità.
Nota di merito va al solido cast di comprimari: dalle vibranti interpretazioni di Fausto Russo Alesi (il capo dei servizi Emilio Schiavon) e Daniela Marra (Rita, sorella di Matteo), fino ai ruoli incisivi di Giuseppe Tantillo, Filippo Luna, Barbora Bobulova e Rosario Palazzolo.
Iddu non si limita a demistificare l’universo mafioso, svelandone la miseria e la mancanza di sfarzo, ma punta il faro sulle zone d’ombra dello Stato, raccontando una giustizia sospesa in un’incompiutezza che flirta apertamente con la collusione.