9 Agosto 2026

Non e’ (solo) una questione di colore

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Il 6 luglio l’US Salernitana ha lanciato la nuova maglia: un omaggio al mare, con texture tono su tono e richiami grafici al territorio, firmata da Givova, tornata sponsor tecnico dopo anni. Poche ore dopo, i social hanno incominciato a fare il proprio lavoro: per molti tifosi il colore non era corretto. Il kit homeha riacceso ricordi di una vecchia polemica. Ma non è finita qui. Con la casacca away non sono mancate le baruffe mediatiche rivendicando una scelta più ancorata al territorio, frutto di una strategia più meditata. Il club ha «corretto» il tiro con nuove foto più fedeli alla tradizione. Ma la questione che resta aperta non è cromatica. Nessuno vuole contestare la scelta del modello: la questione è un’altra, di metodo. Il granata non è un colore aziendale, è un simbolo. Chi conosce quella storia sa che toccare il colore sociale non è un dettaglio estetico, è un atto che riguarda la tanto invocata appartenenza. Di fronte a un elemento così carico, una consultazione strutturata dei tifosi e un ascolto organizzato prima del lancio non sarebbero stati un’ingerenza nella gestione, ma una forma di tutela reciproca: del club, che avrebbe rafforzato un legame identitario con la propria tifoseria, e dei tifosi, riconosciuti come portatori di un diritto alla tradizione sportiva. Il Regno Unito ora insegna: nessuna licenza senza ascoltare i tifosi. Un precedente europeo aiuta a misurare la posta in gioco. Nel 2012 il Cardiff City, in Galles, cambiò il colore sociale dal blu storico al rosso per volontà del proprietario Vincent Tan, senza alcuna consultazione dei supporters. Ne seguirono anni di proteste organizzate, fino a quando, nel gennaio 2015, il club convocò un incontro pubblico con i tifosi allo stadio, che portò alla decisione di tornare al blu. La domanda resta: quando si toccano simboli che appartengono alla memoria di una comunità, chi dovrebbe avere voce in capitolo prima che la decisione sia presa?