15 Febbraio 2026
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Continuando sul filone dell’eleganza e del buon gusto, trovo piuttosto paradossale che in una cittadina in cui a tutti riesce così bene non prendersi sul serio, vi sia una considerevole parte di giovani studenti che pare essere attratta da tutto ciò che richiama l’alta società, e faccia di tutto per emularla, vestendone i panni e ricalcandone lo stile.

Che sia per una questione di tradizione o mera vocazione aristocratica, traspare un profondo senso di fierezza collettiva nell’attenersi alle norme mondane, adottando il protocollo formale tipico dei contesti esclusivi. Tale galateo sociale, declinato in abiti signorili e piacere nel degustare piatti ricercati, si rifà ad un microcosmo di regole non scritte e aspettative che, filtrato in un’ottica giovanile, ha un che di estremamente contraddittorio.

All’apparente decoro, rivestito di formalità, si accosta infatti la ritualità dell’eccesso, articolato in un’euforia alcolica che stride con l’atmosfera sofisticata che certe occasioni cerimoniose provano a mettere in scena. Per quanto in apparente rottura con la storica e consolidata struttura di convenzioni d’alta classe, si tratta di una perdita di controllo fortemente codificata volta a legittimare comportamenti che si discostano nettamente dall’eleganza tanto ricercata. Come costituisse un tacito accordo, una sorta di permesso sociale, attraverso il quale l’eccesso diventa forma di espressione e canale d’interazione. 

L’appartenenza al bel mondo, ostentata tramite una collezione di medaglie riposte con vanto lungo una fascia che abbraccia il busto, si articola dunque in modi impostati necessariamente supportati da una disinibizione programmata. Una mimesi della vita aristocratica che non è altro che un gioco sociale in cui si compromette costantemente la giovinezza con uno status che non ne rispecchia l’essenza.