25 Novembre
In occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere, c’è una parola in dialetto su cui credo sia importante soffermarsi. Il verbo scarpesare, che in italiano sarebbe calpestare con intenzione, mortificando. Un termine che porta con sé l’ombra del gesto, affondare il piede per negare.
Tra le varie cose che si possono scarpesare figurano strade, pozzanghere, fiori, declinazioni di dignità. Ma oggi voglio soffermarmi su quest’ultima, sugli scossoni di collera popolare in reazione di dignità scarpesate. Perché una donna conosce la misura del peso dei passi.
A tal proposito, De Luca scriveva che la pavimentazione stradale in basalto resiste all’usura dei secoli, e che gli scugnizzi ci correvano scalzi anche d’inverno. Scriveva anche che sua nonna gli diceva che la povera gente di Napoli non si faceva scarpesà, e che con loro ci voleva riguardo.
Eppure, tra tutte le sfumature di quella povera gente, ce n’è una che quel riguardo l’ha incontrato poco, meno dello scugnizzo che correva nudo di suola. Forse alla nonna di Erri sfuggiva perché ne era parte anche lei, e parlare di sé, mentre si consegna sapienza, è un’operazione scomoda.
Sul basalto che resiste all’usura dei secoli, e poco mi riferisco alle pavimentazioni, ci sono strati e strati di dignità calpestate, scarpesate. Un passo alla volta, con intenzione, senza riguardo, femminili, plurali.
E come nella storia di Napoli sono spesso ricorsi scossoni di collera popolare contro qualche sopruso, sarebbe bello immaginare che quella violenza intenzionale la si scarpesasse scalzi e collettivamente, come gli scugnizzi, con riguardo.