12 Marzo 2026
Unknown-1

Di recente, qualcuno ha pensato di cucire una città dentro una valigia. Palazzi arrotolati in miniatura, strade rimpicciolite, lampioni di lana. Un lavoro minuzioso, magari simbolo del fatto che che contenere non significa semplificare.

Fare la valigia dovrebbe essere un’operazione semplice: metti dentro, chiudi, vai. Invece è una resa negoziata con lo spazio, che è intrinsecamente claustrofobico. Le cose, non appena le tocchi, sembrano opporre resistenza. Si dilatano, si moltiplicano, si sovrappongono a superfici che improvvisamente sembrano averle sempre aspettate. Escono dai cassetti e rifiutano di rientrare, si srotolano, occupano letti, sedie, pavimenti, come se avessero appena ricevuto il permesso di esistere davvero.

Sopraggiunge allora quella sensazione un po’ ridicola, ma inevitabile, per cui ogni oggetto, una volta infilato in una scatola e costretto sotto una cerniera tirata con decisione, acquista un’importanza inedita, improvvisa, sproporzionata. Diventa necessario proprio mentre si dimostra superfluo. Da qui si scivola, senza accorgersene, in un sentimentalismo spicciolo, anch’esso non richiesto, mentre ci si ripromette, già fallendo in partenza, di abbracciare il minimalismo. Con misura. Più avanti. Alla prossima valigia.

Intanto ci si ritrova impegnati in un esercizio di pazienza: piegare l’espansione naturale delle cose, cercando di convincere la tridimensionalità a comportarsi bene in due. È una lotta discreta con la compressione e con la geometria, fatta di angoli che non collaborano e volumi che si mettono di traverso, frustrante e malinconica. Chissà se ad essere claustrofobico è veramente lo spazio quando è limitato o chi ne deve fare i conti più spesso di quanto vorrebbe, o forse dovrebbe.