L’ultimo custode della piana del Sele
Adriano, tra serre, disordine e sacrifici dimenticati
Nell’orto, tra le file di pomodori, il volto di Andrea – che tutti chiamano Adriano per un curioso destino anagrafico – racconta più di mille pagine di storia. Le rughe scavate dalla fatica, la pelle bruciata dal sole e un cappello consunto sono l’immagine viva di un tempo che sembra lontano, eppure pulsa ancora vicino alle serre.
«La disgrazia è stata proprio quella», dice stringendo una sigaretta tra le labbra: «le serre hanno rovinato tutto».
Negli anni Sessanta e Settanta Pontecagnano era un cuore agricolo che batteva forte: fabbriche di pomodoro, tabacchifici, lavoro per tutti. Poi arrivarono i teli bianchi, distesi ovunque, senza regole né misura. Produzione esagerata, prezzi crollati, caldo insopportabile. La terra trasformata in un forno. «Nessuno ha pensato al futuro», scuote il capo. «Ci voleva ordine, limiti. Invece, ognuno ha fatto come voleva».
E la sua voce vibra di delusione quando parla dei giovani. «Non vogliono più sacrificarsi. Preferiscono portare pizze, fare i camerieri. Guadagnano meno, ma hanno ferie e sono senza pensieri. Non capiscono che qui, nella terra, potrebbero guadagnare quattro volte di più». È un giudizio duro, ma non privo di autocritica: «Anche noi non abbiamo saputo dare valore al nostro lavoro. Così i figli ci hanno visti solo soffrire, sempre a sacrificarci».
Il mondo agricolo che descrive Andrea è un universo fragile. L’agricoltore non può mai fermarsi né scioperare: il latte della bufala non aspetta, e il pomodoro marcisce in fretta. «Siamo una categoria debole», sospira, «abbiamo sempre dovuto chinare la testa».
Anche la zootecnia, un tempo fiore all’occhiello del settore, oggi si trova in grosse difficoltà a causa dei costi altissimi e della mozzarella spesso svenduta, mentre le bufale richiedono di essere nutrite senza sosta, anche durante festività come il Natale.
Eppure Andrea, anche da pensionato, non si è mai arreso. Continua a coltivare l’orto, non per profitto, ma per dignità. Ogni pianta, ogni zolla è un gesto di resistenza. «Non riesco a stare fermo. Per me è come pregare», confessa.
Camminando tra i filari, la sua ombra si allunga sulla terra. È la stessa terra che gli ha chiesto tutto e che gli ha restituito, insieme alla fatica, un’identità. Nei suoi occhi c’è amarezza per un presente che sembra senza eredi, ma anche un monito: «Vedo malati che lottano con tenacia per la vita e altri che, al contrario, si arrendono senza un apparente motivo. Una nuvola c’è sempre stata per tutti, ma poi si dissolve.»
In quella frase resta il cuore di un’intera generazione: la capacità di stringere i denti, di resistere, di credere che la terra, se rispettata, può ancora insegnare il senso del vivere.