10 Ottobre 2026

Cabine telefoniche e l’addio a un’era urbana

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C’erano una volta le file sotto la pioggia, i gettoni nel taschino e le chiamate a carico del destinatario. Oggi le cabine telefoniche sono diventate oggetti quasi archeologici; eppure, fino a pochi anni fa, erano parte integrante del paesaggio urbano italiano. Sebbene la prima cabina risalga agli anni Venti, il vero boom avvenne a partire dagli anni Sessanta, quando in Italia si arrivarono a contare oltre 100.000 telefoni pubblici installati dalla storica Sip, poi confluita in Telecom Italia.

Con l’esplosione degli smartphone, il loro utilizzo è crollato drasticamente: in molte città sono già del tutto scomparse, mentre in altre resistono solo in punti strategici come ospedali, carceri o stazioni ferroviarie. Ciò che un tempo era essenziale per comunicare è diventato superfluo in meno di vent’anni, portando con sé un frammento di storia sociale fatto di interurbane costose e di chiamate serali “dopo le 22” per risparmiare. Erano luoghi di confidenze, emergenze e addii.

Ma non tutte le cabine finiscono in discarica. In molte realtà si stanno trasformando in simboli di rigenerazione urbana: diventano mini biblioteche di quartiere per il bookcrossing, postazioni con defibrillatori pubblici, hotspot Wi-Fi o punti di ricarica. La decisione di smantellarle è stata formalizzata nel maggio 2023 dall’Agcom, che ha stabilito che il servizio non è più obbligatorio vista la copertura mobile che ormai raggiunge il 99,2% del territorio nazionale; gli apparecchi rimarranno solo dove il segnale non è affidabile o sussistono esigenze pubbliche.

Il confronto con l’estero è emblematico: in Giappone, ad esempio, alcune cabine sono state ammodernate con tecnologie touch e servizi internet, a dimostrazione di come il valore di questi spazi vari da cultura a cultura. Forse, tra qualche anno, lo smartphone subirà la stessa sorte: sostituito, dimenticato ed esposto in un museo accanto a quelle cabine che un tempo ci sembravano indispensabili.