17 Aprile 2026
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Nel mondo del rock, pochi divorzi sembravano definitivi come quello tra i Genesis e Peter Gabriel. Eppure, nel febbraio 1976, la band smentì i profeti di sventura pubblicando A Trick of the Tail, un album che proprio quest’anno celebra il suo mezzo secolo di vita. Non fu solo un disco di transizione, ma una clamorosa rinascita che trasformò un lutto artistico in un trionfo planetario.

Il vuoto lasciato dall’istrionico Gabriel pareva incolmabile. Mentre i provini per un nuovo cantante naufragavano uno dopo l’altro, il batterista Phil Collins lanciò una provocazione: pubblicare un album interamente strumentale. L’idea venne scartata, ma servì a sbloccare l’impasse. Fu lo stesso Collins a testare la propria voce su partiture insidiose, rivelando una timbrica sorprendentemente affine a quella del predecessore, ma dotata di una nuova, cristallina accessibilità.

Il disco è un gioiello di equilibrio. Se l’apertura di “Dance on a Volcano” è un saggio di progressive puro, tra tempi dispari e fughe fusion, brani come “Entangled”  con le dodici corde di Steve Hackett in stato di grazia  e la potente “Squonk” mostrano una direzione più lineare. È la nascita della “forma canzone” dei Genesis: complessa ma mai ermetica, capace di sedurre tanto i puristi quanto il grande pubblico.

Anche l’estetica gioca la sua parte: la copertina retrò popola il disco di creature fantastiche, come l’umanoide della title track, prigioniero e fenomeno da baraccone in cerca di libertà. Contro ogni scetticismo, l’album fu un successo travolgente, conquistando l’oro in UK e USA e il platino in Canada. Ma la vera vittoria fu la celebrazione del collettivo: per la prima volta i crediti svelarono il peso compositivo di Tony Banks, architetto sonoro presente in ogni singola traccia. I Genesis avevano perso un leader, ma avevano trovato una nuova, immortale identità.