Il successo immortale di Angelo Branduardi
Pubblicato nel 1976, “Alla fiera dell’est” rappresenta il vero spartiacque nella carriera di Angelo Branduardi. Questo terzo lavoro in studio non solo ottenne il prestigioso Premio della Critica Discografica Italiana, ma trasformò il cantautore milanese in un fenomeno di massa capace di superare il milione di copie vendute. Il brano omonimo, diventato un classico assoluto, affonda le sue radici nella tradizione ebraica del Chad Gadya, trasformando un canto pasquale in una filastrocca universale amata da intere generazioni.
L’album brilla per un sound folk rock dal timbro prettamente acustico, dove Branduardi mette in mostra il suo talento poli strumentale alternandosi tra violino, liuto e ottavini. L’atmosfera medievale e rinascimentale è arricchita da strumenti preziosi come il bouzouki, il sitar e l’arpa, creando un tappeto sonoro unico nel panorama dell’epoca. Un esempio perfetto di questa ricerca è la suite “Il Funerale”, un brano di otto minuti ispirato a un racconto di Franco Fortini dove chitarre e violini si intrecciano in una danza ipnotica. Curiosamente, la melodia di questo pezzo sarebbe stata ripresa dall’artista molti anni dopo, nel 2000, per la canzone “Il lupo di Gubbio”.
Il disco vive anche di momenti poetici come la ballata “Canzone del Rimpianto” e di riferimenti alla cultura bretone, come nel caso de “La serie dei numeri”. Dietro questo successo si cela un team d’eccezione: i testi portano la firma della moglie Luisa Zappa, compagna d’arte per tutta la vita, mentre gli arrangiamenti sono curati dal maestro Maurizio Fabrizio. Tra i musicisti in studio spicca inoltre Gianni Nocenzi, anima del “Banco del Mutuo Soccorso”, che aggiunge un tocco di sensibilità progressive all’opera. Con le sue successive edizioni in inglese, francese e spagnolo, l’album ha consacrato Branduardi come il menestrello della musica d’autore, capace di fondere passato e presente in un linguaggio senza tempo.