Lund, 1 am
È sempre interessante riflettere sul rapporto tra le donne e lo spazio: su come lo attraversano, come lo abitano e come vi si muovono nonostante l’aspettativa implicita di doversi sempre fare un po’ più piccole al suo interno. Ed è sempre bello assistere ai momenti in cui questa grammatica silenziosa si incrina.
A incrinarla, l’altra sera, è stata una ragazza con un abito di raso e due piatti di tiramisù tra le mani. Non uno, due. Camminava sui sampietrini lucidi del centro, a notte inoltrata, con una disinvoltura disarmante. Li reggeva con una calma ferma, quasi ostinata, e mentre avanzava ne mangiava uno. Un cucchiaino alla volta, senza esitazione né imbarazzo, senza quella sottile tensione che spesso accompagna i gesti fuori contesto. Ogni cucchiaiata era un atto di sfida all’ordine del buon senso, eppure mai una sbavatura.
A vederla così, era quasi impossibile non pensare che quel gesto fosse, in fondo, una forma spontanea e personale di sovversione rispetto all’aspettativa implicita di occupare spazio con discrezione. Non stava cercando di imporsi, né di occupare davvero qualcosa, eppure lo faceva, pienamente. Senza contrarsi, senza chiedere permesso, e soprattutto senza tradurre il proprio gesto in qualcosa di comprensibile o giustificato. Mangiava semplicemente del tiramisù in un contesto assurdo, e nel farlo esisteva a piena estensione. E quell’estensione includeva il raso, la notte, e i tiramisù, entrambi.
È raro vedere qualcuno così poco in trattativa con il mondo, o forse così profondamente in pace con la propria presenza. Quella calma, in fondo, mi è sembrata una rivendicazione autentica e necessaria dello spazio. E mi ha fatto sorridere, con una sorta di gratitudine silenziosa, che fosse una giovane donna a farlo.