Cilento, am
Di fronte al mare, in una delle poche strisce di costa dove ci si può ancora stendere sulla sabbia senza invadere la tacita ma sancita proprietà privata di un altro, quella segnata dal perimetro d’ombra di un ombrellone, c’è una tabaccheria che vende anche gonfiabili, secchielli, asciugamani. Si chiama Di tutto un po’.
Da questo gioco di parole, probabilmente senza che vi fosse intenzione alcuna in chi il nome del negozietto stagionale l’ha scelto, trapela un pezzo di verità che riguarda ogni meridionale, che di tutto, ne ha sempre e solo un po’.
Attenzione a non intendere che abbia un po’ di tutto. Questa caratteristica geograficamente non gli appartiene, e neanche a livello linguistico suona bene, quasi innaturale, come un vestito comprato in un’altra taglia. Un po’ di tutto è l’abbondanza distratta di chi sceglie fra le cose. Di tutto un po’ è il mestiere di chi le cose le conta, e con quel poco qualcosa costruisce.
A Marina di Pisciotta il lungomare è quello e basta, senza bisogno di un nome da cartolina. Si alternano ristorantini con le reti stese ad asciugare sulle sedie di plastica, panchine dove il legno ha preso il colore del sale, baretti che non sono ancora entrati nei rotocalchi e forse non ci entreranno mai, e va bene così. Il paese è un paese di pescatori che vende pesce a chi il pesce lo pesca ancora, ed è un controsenso che qui non stupisce nessuno: si vende quello che si ha, non quello che manca.
C’è un locale che si chiama tipicoteca, e ha il pregio di non mentire sul proprio nome. Dentro, i soliti signori di mezz’età, la faccia già cotta dal sole di più stagioni, occupano gli stessi tavoli di sempre, alla stessa ora. La tavola calda costa poco, quasi interamente a base di alici. Al bar di fianco, tre caffè costano ancora tre euro. Miracolo economico, si direbbe, o forse solo un ritardo della stagione rispetto al resto del mondo. Le tazze sono di ceramica sbeccata, ognuna con la sua crepa. Il rumore del cucchiaino che gira lo zucchero si sente più chiaro del mare, certe mattine.
È qui che si capisce la faccenda del di tutto un po’. Non è miseria travestita da filosofia. È la misura di chi non può aspettare il pieno per dirsi soddisfatto. Un pezzo di terra, un pezzo di mare, un pezzo di frase in dialetto e uno in italiano, un pezzo di santo e un pezzo di scaramanzia appesi allo stesso chiodo. Mai la fetta intera. Sempre, però, un intero ricomposto a mano, come una coperta fatta di ritagli diversi.
È una prerogativa di un luogo che non possiede, ma dispone. E proprio in questo disporre, mai accumulare, sempre distribuire, sta la sua ostinazione a esistere. Chi ha tutto, un giorno può perdere tutto. Chi ha di tutto un po’, usa un’altra unità di misura.
La tabaccheria chiuderà a settembre, come ogni anno. I gonfiabili sgonfi torneranno negli scatoloni, i secchielli si impileranno uno dentro l’altro. Tuttavia, il nome resterà appeso lì, sopra la saracinesca abbassata, a dire ai passanti d’inverno, ai pochi che restano, ai pescatori, ai vecchietti sui balconi, quello che il paese intero, senza saperlo dire con altre parole, ha sempre saputo di sé.