Uppsala, 2 pm
Ci sono immagini con una tensione irrisolvibile al centro per chi le scorge solo di passaggio. È difficile dire se si tolgano di dosso il carico dello sguardo del mondo, di quella prospettiva esterna che impone che ci sia un modo preciso di esistere, oppure se se ne carichino. Si guardano e non si capisce se stiano resistendo a qualcosa o stiano facendo esattamente quello che ci si aspetta da loro, con una consapevolezza appena più acuta.
È il caso di un uomo che legge su un canale, seduto su quello che a prima vista sembra una panchina, ma che non è altro che un insieme di casse di legno impilate su una piattaforma che galleggia sull’acqua, al sole. Tiene il libro con una mano sola, l’altra abbandonata sul ginocchio. Non guarda il canale, non guarda chi passa. Legge. E viene quasi spontaneo domandarsi per chi.
D’altronde, esistere in pubblico porta sempre con sé una qualche aspettativa di performatività. Non come difetto, ma come condizione. La questione non è se ci sia, ma come si distribuisca: se resti in superficie, come un riflesso inevitabile, o se prenda peso fino a orientare il gesto, fino a diventare il gesto stesso.
C’è qualcosa, in quel modo di leggere al sole, che non si lascia mettere a fuoco del tutto. La scelta del luogo è eccentrica, ma non abbastanza da dichiararsi tale, senza mai chiarire se si tratti di disinvoltura genuina. Come se la scena si reggesse su un equilibrio sottile tra due possibilità: che quell’uomo non stia pensando a nulla di come appare, oppure che lo stia facendo con una consapevolezza tale da rendere la distinzione irrilevante, restituendo alla posa una naturalezza piena.
Magari non è mai davvero necessario chiarire il grado di intenzionalità attribuita allo sguardo e al gesto, se si orienti verso un piccolo gesto di sottrazione, o verso una forma sottile di adesione a ciò che si sa essere guardato. E che forse esporsi allo sguardo altrui con genuina spontaneità o in posa, è in fondo solo una questione di enfasi distribuita male da chi passa.