INVERSIONE DI ROTTA
Convertire le avversità in opportunità
Dorothea Lange è stata la prima donna fotografo ad aver ridefinito la fotografia documentaria. È stata capace di trasformare l’obiettivo della sua macchina fotografica in uno strumento di giustizia sociale. Nata nel New Jersey, a sette anni si ammala di poliomielite e, per questo, resta claudicante. Il suo coraggio, però, trasforma la sua vulnerabilità nella chiave del suo successo. Sviluppa, infatti, un’empatia profonda verso gli emarginati. La sua menomazione diventa la sua filosofia di vita. L’aiuta ad essere accolta tra i meno fortunati, perché non la ritengono una minaccia.
Negli anni venti, gestisce uno studio di ritrattistica di lusso a San Francisco, ma la grande depressione del 1929 le fa cambiare prospettiva. Dorothea esce in strada per documentare disoccupati e senzatetto. Il suo lavoro colpisce la Farm Security Administration, che la ingaggia per fotografare i braccianti agricoli sfollati dal Dust Bowl. Il suo metodo è unico. Parla con le persone, ne guadagna la fiducia e annota le loro parole prima di estrarre la sua Graflex.
Nel 1936 immortala Florence Owens Thompson in Migrant Mother. Lo scatto non è solo bello, è politico. Lange lo consegna ad un giornale, che denuncia la fame nel campo di Nipomo. Il governo invia subito 20.000 libbre di cibo.
Dorothea Lange passa alla storia per la sua genialità. Riesce a fotoritoccare il negativo originale di Migrant Mother e cancella il pollice della donna in basso a destra perché lo ritiene una distrazione visiva. Per decenni la FSA proibisce ai fotografi di alterare gli scatti per preservare la verità storica, rendendo quel ritocco un piccolo “peccato” tecnico quasi leggendario. La fotografa è stata l’antesignana dei moderni photojournalist da smartphone e dei creatori di contenuti sociali. In un’era dominata dall’algoritmo e dai social, il suo approccio ci ricorda la differenza tra la sovrabbondanza di immagini passeggere e l’uso consapevole della tecnologia visiva per risvegliare le coscienze.
