3 Novembre 2026
10_-_letizia_battaglia_domenica_di_pasqua_festeggiamenti_per_incitare_luscita_della_statua_di_san_michele_patrono_di_caltabellotta_1984_c_letizia_battaglia_0

Non è uno dei suoi celebri scatti a riassumere l’anima di Letizia Battaglia ma il suo sguardo. Partecipe, feroce e pieno d’amore. Nata e cresciuta a Palermo, Letizia non è stata soltanto la grande fotografa della mafia, ma una donna che ha usato l’obiettivo come uno scudo civile e un atto di resistenza quotidiana. Ha iniziato a scattare quasi per caso, verso i quarant’anni, trasformando la macchina fotografica nel suo strumento per raccontare la Sicilia sanguinante degli anni di Piombo, ma anche e, soprattutto, la dignità della sua gente, stampata negli sguardi intensi delle bambine dei quartieri popolari.

Lavorare sul campo significava stare fisicamente dentro la notizia. Rifiutava i teleobiettivi perché voleva fotografare “a distanza di un cazzotto o di una carezza”. Una scelta etica che la portava a essere dolorosamente vicina alla realtà. Tanto che, l’episodio del 1980 è rimasto nella storia, quando, durante l’arresto del boss Leoluca Bagarella, quest’ultimo le sferrò un calcio facendola cadere. E lei, con la fotocamera ancora in pugno, scattò dal basso verso l’alto, consegnando alla storia un’immagine iconica di quella brutalità.

Il suo percorso la accosta a figure straordinarie come Tina Modotti, per quel legame indissolubile tra arte e militanza, o Diane Arbus, per la capacità di ritrarre le fragilità umane senza compiacersi. Ma la sua eredità parla fortissimo anche al nostro presente. In un’epoca come la nostra, sopraffatta da milioni di immagini usa e getta, che consumiamo sui social, il lavoro di Letizia ci ricorda che la fotografia non è mai una questione di megapixel, ma di posizione morale. Con il suo inconfondibile caschetto rosa e la sigaretta perennemente tra le dita, ci ha insegnato che per raccontare davvero il mondo, non serve inseguire la perfezione patinata, ma bisogna avere il coraggio di guardarlo negli occhi, prendendosi la responsabilità di ciò che si decide di mostrare.