Groningen, 11:38 am
In mezzo al centro città c’è un grattacielo concepito per essere un centro culturale, che forse è solo un appellativo più aulico per indicare un luogo dove passare il tempo illudendosi di fare qualcosa di profondo, importante, magari persino significativo. Si chiama Forum, nome paradossale per un edificio popolato per lo più da persone silenziose, isolate dalle cuffie, che se ne stanno sulle loro.
Più che un luogo di discussione, quel grattacielo è uno spazio di coesistenza: un insieme di presenze parallele, eterogenee, che si incastrano a ritmi quasi regolari sulle scale mobili. Ogni piano è un microcosmo a sé che si allinea lungo tavoli orizzontali attraversati di attività diverse. Le presenze si accumulano, si assestano, senza mai diventare altro che presenze.
E, come in un patto non scritto, chi il Forum lo frequenta si muove entro una un’invisibilità temporanea: non sfiora nessuno, condivide un piano di lavoro con sconosciuti a cui deve nulla se non un accenno di cortesia, e di tanto in tanto osserva tutto il resto che succede, con discrezione.
In questo ecosistema sospeso, la libertà è una faccenda delicata. Non si tratta di poter fare, ma di poter essere senza obblighi, una tregua dalla pressione di esistere in pubblico. Una di quelle sensazioni, o forse situazioni, su cui credo sia giusto far fatica ad avere un’opinione netta, se sia un bene o un male desiderare uno spazio in cui si è così ignoti agli altri.