22 Ottobre 2026
Unknown-5

Su un tavolo in terrazza, nel mezzo di una serata tra amici, due bottiglie di vino rosso tingono la luce di un paio di candele della stessa tonalità che immagino colori il filo invisibile che, secondo una famosa credenza popolare giapponese, lega le persone destinate a incontrarsi. Tuttavia, più che il colore o le sue estremità, non posso fare a meno di chiedermi di cosa sia composto davvero quel corodoncino che tesse insieme la scena che ho attorno.

Stasera non sembra fatto di seta o di materiali preziosi, ma è più concreto, più terreno, più intrecciato. Prende forma nell’istante in cui il mio amico, troppo animato nel raccontare una storia, rovescia un po’ di vino sulla camicia nuova e sorride con rassegnazione. Si annoda nel gesto spontaneo di chi gli porge un fazzoletto, tra sorrisi che non risparmiano l’ironia e sguardi che si sforzano di tenere la scena leggera, addolcendo l’imbarazzo della macchia.

Tutto accade nel mezzo: nei bicchieri che tintinnano per sbaglio, nelle battute improvvise che si perdono in mille conversazioni, nelle mani che si muovono a raccogliere cocci di una socialità scomposta. Ed è proprio lì, in quell’insieme di gesti ordinari e imprevisti, che il filo si tende. Nell’imprevisto che dissolve il controllo, nelle piccole sbavature che rendono tangibile la presenza degli altri.

La serata scorre lenta, senza che nessuno si preoccupi di stirare il tessuto delle cose. Il vino asciuga lento sui tovaglioli, le risate riprendono come se nulla fosse e le storie si scontrano, si confondono e si inseguono confuse. E alla fine, quel rosso del filo che lega le persone non è altro che tenerezza casuale, quel tessuto imperfetto che resta a sera finita, quando tutto il resto si dissolve.