Uppsala, 9 am
Al margine di una strada di Uppsala Nord c’è una panchina con un tavolino che non si giustifica. Non una piazza, non un parco. Solo asfalto che si estende, e quella cosa lì, bullonata al suolo come se qualcuno, un giorno, avesse deciso per tutti.
Non ci ho mai visto nessuno, ma ogni volta che passo mi viene da controllare, come se un giorno potesse esserci finalmente qualcuno. Un’apparizione: una persona seduta, magari con un panino o un thermos, a dare un senso provvisorio alla panchina e, di riflesso, al tavolino. Ma niente, sempre lo stesso vuoto.
Ciò che stona è il tavolino. La panchina, dopotutto, ha sempre una giustificazione: ci si riposa, si aspetta un autobus, si finge di guardare il cielo. Un tavolo, invece, presuppone un’intenzione di durata. Questo implica che qualcuno, in quell’angolo improbabile, abbia, ad un certo punto, immaginato una scena precisa: una persona seduta, qualcosa davanti, la calma di chi non ha urgenza. E che l’abbia tradotta in legno trattato e viti, dando una forma pubblica a un’ipotesi privata.
L’ipotesi, però, non si è mai presentata. Il legno ha preso il colore dell’aria umida, un grigio onesto e scandinavo. Sul piano si accumulano solo foglie e polvere, come a indicare che il tavolino si sia rassegnato: ospita quello che trova, senza fare troppe domande. Serve da appoggio rapido a chi sistema la tracolla o si piega per allacciare una scarpa, poi torna come prima, vuoto e composto.
A suo modo, è unquasi commovente. O buffo, dipende dai giorni. Un oggetto pensato per la condivisione che finisce per appartenere solo a se stesso. In fondo, fa quasi ridere pensare che qualcuno abbia piantato un tavolino nel nulla, convinto che prima o poi sarebbe servito. E magari aveva ragione a pensare che persino l’inutile, se ancorato con sufficiente convinzione, è perfettamente in regola.