10 Maggio 2026

Il manifesto d’acciaio che ha cambiato la storia

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Quarant’anni e non sentirli. Master of Puppets, il terzo sigillo dei Metallica datato 3 marzo 1986, non è solo un album: è il momento esatto in cui il thrash metal ha smesso di essere un genere di nicchia per farsi letteratura. Con una produzione cristallina che prendeva le distanze dalla furia grezza degli esordi, Hetfield e soci hanno scolpito un’opera complessa, fatta di strutture poliritmiche e riff che sembrano lame chirurgiche.

Non è un caso che la critica veda in questo disco il seme del progressive metal. Senza le architetture sonore di brani come la title track o l’ipnotica Welcome Home (Sanitarium) – omaggio neanche troppo velato a “Qualcuno volò sul nido del cuculo” – probabilmente non avremmo avuto i Dream Theater o i Queensrÿche così come li conosciamo.

Il disco rappresenta anche il testamento spirituale di Cliff Burton. La strumentale Orion rimane il monumento al suo genio, un viaggio dove il basso smette di essere accompagnamento per farsi voce solista. La tragedia svedese del settembre ’86, che strappò Cliff alla vita, rischiò di far calare il sipario sulla band. Fu la famiglia Burton a spingere i ragazzi a non mollare, trasformando il dolore in una missione.

Curiosità. La chitarra ritmica di James Hetfield in questo album è composta da un numero maniacale di tracce sovrapposte? In alcuni punti si contano fino a otto layer di chitarra identici, registrati per ottenere quel “muro di suono” granitico che ancora oggi è lo standard del genere. Inoltre, l’originale della copertina – il celebre cimitero manovrato dai fili – è un dipinto a olio di Don Brautigam venduto all’asta anni dopo per quasi 30.000 dollari.

Medaglia d’argento per Rolling Stone dietro solo ai Black Sabbath? Forse. Ma per chiunque abbia imbracciato una chitarra dopo il 1986, i burattinai restano loro.